Permission to Dance


In una recente conversazione con Chiara Valerio su I BTS, la band coreana tra pop e politica, Michela Murgia osserva che i cantanti coreani vengono a studiare l’opera in Italia, ma spesso quando la riportano in Corea la trasformano in qualcosa di diverso.
Secondo lo spirito della cultura pop, in questo caso K-pop.

Gli eredi storici della tradizione operistica sembrano invece più interessati alla sua conservazione, e anche il teatro di regia, l’atteggiamento forse più pop nella storia del teatro musicale, ha perso lo smalto che aveva quando Pierre Boulez dirigeva la tetralogia wagneriana.

La mancanza di un contrassegno popolare può indebolire l’efficacia di un possibile messaggio politico. I BTS sono stati ambasciatori all’ONU per la lotta ai cambiamenti climatici e hanno perorato la causa non solo con le parole, ma sopratutto con la musica.

L’onnivora attitudine del K-pop ricorda quella di Gian Lorenzo Bernini che legge Ovidio e trasforma la metamorfosi di Dafne in una folgorante scena teatrale dalla quale è impossibile distaccare lo sguardo quando si visita la Galleria Borghese.

Un rilettura così radicale da sollevare il dubbio che una simile rappresentazione pagana potesse trovare posto nella collezione del cardinale Scipione Borghese.
Racconta Jake Morissey in un bel libro intitolato The Genius in the Design: Bernini, Borromini, and the Rivalry That Transformed Rome, che il Cardinale François d’Escoubleau de Sourdis, piuttosto turbato dalla scultura, disse che non avrebbe permesso di collocarla nella sua casa, sollevando un problema che fu risolto incidendo alla base della statua un distico del cardinale Maffeo Barberini: «colui che ama e insegue i gaudi della bellezza fugace, colma la mano di fronde e coglie amare bacche».
Inconseguente quanto ironica lettura moralistica che oggi suona come un “permission to dance” dell’arte nella labirintica politica papale della Roma del seicento.